21 NOVEMBRE 2018
L'influenza della Turchia nei Balcani occidentali tra proclami e realtà
DI Luca Tarantino

A partire dalla dissoluzione della Jugoslavia negli anni ’90, la Turchia ha iniziato a nutrire un crescente interesse nei confronti dei Balcani occidentali. La forte presenza di cittadini musulmani nella regione, (8 milioni e mezzo ne vivono tra Bosnia, Albania e Kosovo) insieme al fatto che quell’area per lungo tempo è stata soggetta al giogo dell’Impero ottomano, hanno rappresentato infatti ottime ragioni per una rinnovata azione della Repubblica turca, intenzionata ad estendere la propria influenza in una parte centrale dell’Europa, da sempre importante snodo commerciale.

Ankara ha infatti svolto un ruolo di supporto diplomatico e militare durante le guerre balcaniche di fine secolo, prima fornendo munizioni ed armamenti ai bosniaci musulmani di Alija Izetbegović durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995), poi partecipando alle operazioni della NATO durante la guerra del Kosovo (1996-1999).

Successivamente, grazie anche ad una spettacolare fase di crescita economica a partire dal 2002, il Governo turco, guidato dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), lo stesso di cui ora è a capo il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, si è reso artefice di una serie di accordi di libero scambio, il cui primo con la Bosnia risale al 2003, ed ha elaborato una nuova strategia rivolta al vicinato turco, la “Policy of Zero Problems with the Neighbours” dell’ex Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu.

Presentata per la prima volta nel febbraio 2004 sul quotidiano Radikal, ai tempi in cui Davutoğlu ricopriva la carica di Consigliere capo di Erdoğan, l’iniziativa ha inaugurato un nuovo corso nella politica estera di Ankara, promuovendo la cooperazione e l’instaurazione di buoni rapporti con i Paesi limitrofi. Tale miglioramento delle relazioni è stato ottenuto mediante la realizzazione di politiche di cooperazione e sicurezza comune, tramite la creazione di solidi legami economici e, in ultimo, tramite l’utilizzo del soft power culturale e religioso.

In tal modo, dal 2002, secondo il Turkish Statistical Institute, le esportazioni turche nei Balcani occidentali sono passate da 350 milioni a 2 miliardi di dollari, mentre le importazioni da 38 a 746 milioni. Anche gli investimenti diretti esteri sono notevolmente aumentati, registrando la quota record di 100 milioni di dollari nel 2016. Tra i più rilevanti, va sicuramente menzionato il progetto dell’autostrada Belgrado-Sarajevo, che è stato di recente rilanciato in un vertice trilaterale tenutosi lo scorso gennaio ad Istanbul tra il Presidente turco Erdoğan, quello serbo Aleksandar Vučić e il Presidente di turno della Bosnia Erzegovina del tempo Bakir Izetbegović.

L’incontro è degno di nota non soltanto per il volume degli affari annunciati, il cui valore solo per il progetto dell’autostrada ammonta a circa un miliardo di dollari, ma anche per il fatto che simboleggia il ruolo di mediatore e stabilizzatore della regione che la Turchia di Erdoğan cerca di ritagliarsi.

Se si osservano nel dettaglio i dati relativi allo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali con la Bosnia, l’Albania e il Kosovo, ci si trova davanti a un quadro variegato.

Nel caso della Bosnia, con cui Ankara ha siglato un accordo commerciale nel 2003, secondo l’Agencija za statistiku Bosne i Hercegovine (l’istituto di statistica del Paese) la Turchia si attesta all’ottava posizione per volume di scambi, rappresentando solo il 4,1% dei traffici del Paese balcanico con l’estero e rimanendo, con 556 milioni di euro, molto indietro a Germania, Italia, Serbia e Croazia. Stesso discorso può essere fatto per gli investimenti diretti: con 15,3 milioni di euro nel 2016 la Turchia è al nono posto, ricoprendo una fetta di solo il 5,5% sul totale.

Per quanto riguarda l’Albania, i rapporti commerciali sono in crescita: con un valore complessivo di 400 milioni di euro la Turchia è infatti risultata il secondo partner commerciale di Tirana, seconda solo all’Italia.

Anche con il Kosovo, riconosciuto da Ankara il 18 febbraio 2008, il giorno dopo la Dichiarazione di indipendenza, le relazioni economiche sono positive. Il Paese dell’Anatolia è il primo ad aver stipulato un accordo di libero scambio con Pristina, il 27 settembre 2013, e nel 2015 si è attestato al secondo posto per investimenti diretti, subito dopo la Svizzera. In generale, nel periodo 2007-2017 la Turchia ha investito in Kosovo per un ammontare di 382 milioni di euro, in particolare nel settore dei trasporti (autostrada Merdare-Morina).

Le iniziative nell’area non si limitano però solo a quelle di natura commerciale e finanziaria. Un altro ambito in cui Ankara è attiva è infatti quello dell’istruzione, della cultura e dei media.

Riguardo alla prima, a partire dagli anni Duemila nuovi atenei sono stati fondati, come la International University di Sarajevo e la International Burch University, e nuovi istituti scolastici privati, cercando nel frattempo di eliminare quelli controllati dal Movimento Hizmet, il cui capo Fethullah Gulen è accusato dal Presidente Erdoğan di essere stato la mente dietro al fallito golpe del luglio 2016.

Nel campo della cultura, il Governo turco ha invece cercato di preservare l’eredità ottomana ancora oggi visibile. Nel Kosovo, ad esempio, la Turkish Cooperation and Coordination Agency (TIKA) ha restaurato centinaia di opere risalenti all’epoca, tra cui la tomba del Sultano Murat e le moschee di Fatih e Sinan Pasha.

Per finire, la Turchia è attiva nella promozione di programmi televisivi come soap-opera e show. Ottenendo grande successo, la TV ha contribuito in tal modo a rendere popolari i costumi di vita turchi.

Le attività economiche e culturali hanno consentito un sensibile miglioramento dei rapporti tra Ankara ed i governi regionali.  In particolare, la collaborazione tra Erdoğan ed Izetbegović, leader del Partito d’Azione democratica (SDA), il più influente partito dei bosniaci musulmani, ha portato i due leader a sostenersi a vicenda durante le loro campagne elettorali ed ha dato la possibilità al Presidente turco, lo scorso 20 maggio, di tenere un comizio elettorale a Sarajevo in vista delle elezioni da lui poi vinte il 24 giugno successivo. Per Izetbegović, Erdoğan risulta un importante alleato in grado di offrire maggiore tutela politica ai bosniaci musulmani in risposta alla russofilia e al nazionalismo della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba che insieme alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina forma la Bosnia Erzegovina.

Nonostante tale quadro perlopiù positivo, la Turchia è tuttavia ancora lontana dall’avere nella regione balcanica lo stesso peso dell’UE, che rimane primo donatore, investitore e partner commerciale dell’area e che con “la strategia per i Balcani occidentali” mira a migliorare la cooperazione bilaterale promuovendo i progetti di riforma funzionali all’integrazione europea.  

Inoltre, la crisi valutaria dello scorso agosto ha dimostrato come il Paese anatolico soffra di squilibri macroeconomici in grado di destabilizzare la sua crescita e di conseguenza anche la sua presenza nei mercati balcanici.

Tuttavia, è innegabile che, specialmente per la Bosnia, l’Albania e il Kosovo, la cooperazione con la Turchia è risultata finora molto proficua e ha comportato il beneficio di un sostegno nel difficile scacchiere dei Balcani occidentali, nonché soprattutto di investimenti per la crescita.

Anche nel caso di una futura adesione di questi Paesi all’UE si prospetta d nei prossimi anni un confronto fra Bruxelles e Ankara quadrante balcanico. La situazione appare molto complessa, con entrambi gli attori che godono di vantaggi e svantaggi e con alcune variabili, come le difficoltà economiche turche e le incertezze sulla tenuta dell’accordo del 2016 sulla chiusura delle rotte migratorie provenienti dal Medio Oriente che avranno un’importanza cruciale nel decidere definitivamente l’assetto geopolitico dell’area.