16 NOVEMBRE 2018
Geopolitical Weekly n.309
DI Andrea Posa, Antonio Scaramella eLuca Tarantino

Autorità Nazionale Palestinese

Lo scorso 11 novembre, 4 militari israeliani a bordo di un’auto civile sono entrati nella Striscia di Gaza e hanno ucciso 7 militanti di Hamas, tra cui Nour el-Deen Baraka, il comandante locale a Khan Younis. Baraka sarebbe coinvolto nel programma di tunnel di Hamas, utilizzati dal gruppo sia per il contrabbando d’armi che per attaccare direttamente il territorio d’Israele. L’Aeronautica israeliana ha coperto la ritirata del commando con il lancio di circa 40 missili.

L’incidente ha innescato una rapida escalation. Hamas e altre fazioni palestinesi hanno dato il via al più massiccio lancio di razzi dalla guerra del 2014. Dalla Striscia sono partiti circa 300 razzi, riuscendo a saturare il sistema di difesa antiaerea israeliana, l’Iron Dome, e colpendo diversi obiettivi civili tra Beersheba e Ashkelon. La parziale inefficacia dell’Iron Dome ha costretto il governo di Tel Aviv a rispondere vigorosamente con oltre 100 raid aerei sulla Striscia.

L’episodio ha messo in forte difficoltà il Premier israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si è visto costretto ad accettare un cessate il fuoco il 14 novembre, sotto pressioni internazionali e soprattutto dell’Egitto. Infatti, Il Cairo da mesi sta compiendo uno sforzo diplomatico per mettere fine alle tensioni israelo-palestinesi a Gaza iniziate con la Marcia del Ritorno il 30 marzo scorso, e in parallelo cerca di mediare tra Hamas, Fatah e Israele. Tuttavia, la decisione di Netanyahu è stata bollata come una capitolazione di Israele ad Hamas da parte del Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, che ha rassegnato le dimissioni e fatto uscire il suo partito dalla coalizione di governo.

La scelta di Lieberman potrebbe indurre altri esponenti di estrema destra, come Naftali Bennett, a uscire dal governo per logorare Netanyahu e avviare, di fatto, la campagna elettorale per le legislative di fine 2019. Infatti, senza i voti di Lieberman e Bennett, Netanyahu non disporrebbe più di una maggioranza. Dunque, per evitare questo scenario, il Premier potrebbe essere costretto ad accogliere le richieste dei rivali, in particolare riguardo i diritti e i privilegi della comunità ultraortodossa che costituisce parte importante del loro elettorato. In alternativa, Netanyahu potrebbe depotenziare le critiche assumendo un atteggiamento più duro verso la militanza palestinese a Gaza, riprendendo i raid sulla Striscia e inaugurando una nuova escalation dagli esiti incerti.

 

Eritrea

Mercoledì 14 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite ha votato una risoluzione, proposta  dal Regno Unito, sulla sostanziale riduzione delle sanzioni e dell’embargo sulle armi nei confronti di Asmara.

Il provvedimento contro il Paese era entrato in vigore nel 2009 per una serie di ragioni, tra cui le controversie confinarie con Gibuti e soprattutto il supporto logistico e finanziario che Asmara avrebbe accordato al gruppo jihadista al-Shabaab.

Quest’ultimo era sostenuto dal Governo eritreo con l’obiettivo di mettere in difficoltà Addis Abeba, le cui Forze Armate, tra il 2006 e il 2016, sono state impegnate in una complicata campagna militare in Somalia proprio contro al-Shabaab.

Tuttavia, nel corso del 2018, la ratifica degli Accordi di Algeri e la sigla dell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia prima e l’avvio di un dialogo con Gibuti per la risoluzione pacifica delle dispute territoriali poi, hanno manifestato la volontà politica eritrea di avviare una nuova stagione pacifica di relazioni con i propri vicini, spingendo le Nazioni Unite a riconsiderare il regime sanzionatorio.   

Il voto positivo del Consiglio di Sicurezza potrebbe anche facilitare la ripresa delle relazioni commerciali internazionali, contribuendo a migliorare il clima imprenditoriale e rilanciando l’economia di Asmara. Infatti, il Presidente eritreo Isaias Afewerki potrebbe vedere nello sviluppo e nella crescita economica i mezzi per sanare un forte malcontento sociale e prolungare la sua permanenza al vertice dello Stato.

 

Etiopia

Lunedì 12 novembre è iniziato ad Addis Abeba il processo contro alcuni ufficiali del National Intelligence and Security Service (NISS, il Servizio di Intelligence e Sicurezza Nazionale), accusati dal Procuratore Generale Berhanu Tsegaye di essere i mandanti del fallito attentato dello scorso giugno al Primo Ministro Abiy Ahmed.

In quell’occasione, Ahmed era sopravvissuto all’attentato, che tuttavia aveva ucciso altre due persone. In seguito, la polizia aveva arrestato 5 membri dell’Oromo Liberation Front (OLF), ex movimento terrorista che per anni ha lottato per l’autodeterminazione dell’etnia oromo ma che, recentemente, aveva abbandonato la lotta armata, preferendo metodi pacifici per l’ottenimento dei propri obbiettivi politici.

Da quando è stato eletto lo scorso aprile, Ahmed si è reso promotore di una serie di riforme volte in particolar modo a ridimensionare l’egemonia delle etnie tigrina ed ahmara, da decenni in controlo dell’apparato politico e militare nazionale. Per far ciò, Ahmed ha concluso di una serie di accordi con gruppi precedentemente ritenuti terroristici, come l’OLF o l’Ogaden National Liberation Front (ONLF), altro movimento insurrezionale che perseguiva l’indipendenza della regione dell’Ogaden.

All’azione progressista di Ahmed le vecchie élite tigrine ed amhara hanno risposto con il tentativo di fomentare le frange più oltranziste di questi gruppi e cercando di interrompere il tentativo di riconciliazione nazionale.

Con il processo iniziato lunedì però, al quale va sommato il contemporaneo arresto di 63 individui tra ufficiali dell’esercito e imprenditori accusati di abusi, violenze e corruzione, Ahmed ha sferzato un duro colpo ai suoi oppositori, utilizzando la magistratura per accelerare i tempi del rinnovamento istituzionale.   

 

Libia

Il 12 e 13 novembre scorsi si è svolta a Palermo la conferenza sulla Libia organizzata dall’Italia con un formato allargato. Vi hanno partecipato 38 delegazioni nazionali e di organizzazioni internazionali, oltre a tutte le autorità politiche rivali libiche. Tuttavia, il Generale Khalifa Haftar ha presenziato solo ad alcuni specifici meeting laterali (da cui sono stati esclusi il Qatar e la Turchia), eludendo la seduta plenaria.

A differenza di altri summit precedenti come quello di Parigi (maggio 2018), non vi è stato un comunicato congiunto firmato dalle parti, ma è stato comunque redatto un documento informale non vincolante attorno al quale vi è un consenso generale. Questo ricalca il programma del nuovo Piano d’Azione dell’ONU, presentato appena 4 giorni prima della conferenza dall’Inviato speciale del Palazzo di Vetro per la Libia Ghassan Salamé e dalla sua vice Stephanie Williams. Il piano si articola in tre punti fondamentali: una Conferenza Nazionale libica da tenere a gennaio 2019 coinvolgendo il tessuto sociale libico (società civile, municipalità, enti locali); la promulgazione della nuova Costituzione, base necessaria per svolgere future elezioni in un contesto giuridico adeguato; nuove elezioni nazionali da svolgere ipoteticamente entro la primavera 2019.

Se questi punti erano già presenti nella precedente versione del Piano (settembre 2017), la conferenza di Palermo prevede anche un audit preliminare sull’operato della Banca Centrale Libica (BCL) e della corrispettiva sede rivale di Tobruk, passo propedeutico a una riunificazione delle istituzioni economiche che dovrebbe essere compiuto già nelle prossime settimane.  Si tratta di una novità significativa, che potrebbe facilitare il percorso delineato da Salamé. Infatti, la BCL è deputata alla redistribuzione della rendita petrolifera, che rappresenta il vero motivo di tensione tra gli attori libici e, di conseguenza, può essere la chiave di volta per ottenere il loro consenso intorno al Piano ONU.

Myanmar

Lunedì 12 novembre, Bangladesh e Myanmar hanno annunciato l’imminente implementazione del programma di rimpatrio dei profughi Rohingya, sugellato da un accordo bilaterale tra Dhaka e il Naypyidaw, il 30 ottobre. Secondo quanto pattuito, un primo gruppo di 2.251 persone dovrebbe rientrare progressivamente (circa 150 al giorno) in Myanmar. Benchè come data fissata per l’inizio del rimpatrio fosse stata stabilito il 15 novembre, nessun membro del gruppo di rifugiati  si è dichiarato disponibile a tornare né le autorità bangladesi sono state in grado di creare consenso intorno all’iniziativa. L’accordo del 30 ottobre dovrebbe essere il primo passo verso una soluzione alla crisi umanitaria provocata dall’ondata di profughi Rohingya (circa 700.000) che si sono riversati oltre il confine bengalese a partire dall’agosto 2017. In quell’occasione, un attentato dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), gruppo armato che dal 2016 combatte per la causa Rohingya contro una postazione militare nel Rakhine, aveva provocato una violenta repressione da parte delle Forze Armate birmane.

I Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica prevalentemente stanziato nella regione settentrionale di Rakhine in Myanmar. Storicamente osteggiati dalla maggioranza buddista sono considerati come clandestini provenienti dal Bangladesh.

L’impossibilità di iniziare il programma di rientro ha sollevato però molte perplessità circa la realizzabilità del patto nel prossimo futuro. Il governo del Myanmar, infatti, non sembra aver fatto, almeno fino ad ora, passi concreti per garantire la sicurezza dei rifugiati e la possibilità per loro di tornare nei luoghi d’origine, né per risolvere le tanto controverse questioni rispetto al riconoscimento di diritti civili (come riconoscimento della cittadinanza e libertà di movimento sul territorio nazionale). Il perdurare delle violenze nel Rakhine nel corso dell’ultimo anno ha sicuramente rappresentato un ulteriore disincentivo all’inizio del rientro.

Benchè pressato dalla Comunità Internazionale, il governo del Myanmar si trova a dover gestire un delicato bilanciamento tra la necessità di dare dimostrazioni all’esterno e la volontà di preservare i precari equilibri di sicurezza all’interno del Paese. Il rimpatrio dei Rohingya, infatti, è una questione spinosa per i rapporti con la comunità buddista nazionalista che, nei giorni precedenti all’inizio previsto del piano, ha organizzato  accese e diffuse proteste in diverse città del Rakhine.